LA PAURA DELL' ALTRO

    • 31 maggio 2016 alle 22:14 #4159
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      Giorgia
      Partecipante

      La paura dell’altro , ciò che ci è estraneo ha da sempre caratterizzat l’uomo, influenzando anche le sue decisioni.Questo atteggiamento di chiusura verso il nuovo,verso lo straniero e le diverse culture è stato accentuato con lo svilupparesi negli anni di una serie di pregiudizi ormai radicati nelle menti e assai difficili da estirpare.”Eh ora ci rubano il lavoro”,”Non sono altro che dei ladri,dei delinquenti”,”Fannopaura,Stuprano le nostre donne”:queste sono solo alcune delle frasi che circolano nell’aria inquinata non solo dallo smog delle nostre città, le stesse affermazioni che i bambini leggono tra i vari post dei social-network, parole che ci segnano talmente tanto da intaccare i gesti della nostra quotidianità, come tenersi stretta la borsa o il cambiarelato del maarciapiede quando si incontra uno “Straniero”.Parole che descrivono solo alcuni di questi immigrati ma che non possiamo nè dobbiamo permetterci di estendere ad una intera etnia,ad una’intera popolazione.E’ proprio questo il rischio più grande:attribuire le atrocità commesse da una minoranza ad una maggioranza, ad una totalità,svalutando la singolarità di ogni persona,appiattendo l’altro ad una massa a cui spesso nemmeno appartiene.I criminali, che siano stupratori ladri o assassini, esistono dappertutto e sono identificabili in persone di qualsiasi sesso ed etnia, ma non oper questo non definiamo tutti gli italiani dei mafiosi, o tutti gli americani dei serialkiller o tutti i tedeschi come dei violenti. Perchè allora farlo con questi uomini, donne,bambini, somali,eritrei algerini che cercano qui in Europa la salvezza? Che scappano dalla guerra ,da sparatorie quotidiane,dalla precarietà della vita,che potrebbe essere strappata loro in qualsiasi momento?Persone che partono lasciando case, oggetti personali di valore affettivo,spesso gli stessi familiari ed amici e che devono pagare esorbitanti somme di denaro per viaggi lunghi mesi e su cui non si ha nessuna certezza sull’esito?Giungeranno alla meta vivi,sani?E soprattutto sopravviveranno tutti i cari con cui sono partiti? I video e le foto che ci vengono mostrati e che sono all’ordine del giorno mostarno solo una piccola parte dell’estenuante serie di viaggi che devono affrontare queste persone disperate,alimentate solo da poco cibo e da tanta speranza,asseta di afferrare l’efimero sogno di una piccola stabilità.Accatastate prima in piccole celle , sono poi trasportate in container di metallo che con il caldo del deserto diventano forni, e lasciano sopravvivere solo alcuni,questi “fortunati” devono poi affrontare intere giornate avvolti dall’odore degli escrementi e oppressi dai corpi esanimi dei loro compagni di viaggio, venendo fisicamente a contatto con la mortenella vita; continuano poi il loro viaggio nel deserto su furgoni che procedono a 40 chilometri orari e con centinai di persone ammassate le une sulle altre che fanno a gara per rimanere in equilibrio , perchè chi cade , nell’indifferenza altruiviene lasciato a terra. giunge così il momento dei barconi,dell’ennesiam mancanza di punti di riferimento, di disorientamento, di isolamento totale in una distesa infinita d’acqua. Qui ,questi guerrieri per la loro vita, se così li possiamo chiamare, si scontrano con le tempeste, con l’infuriare delle onde, con la lotta contro la fame e la stanchezza; Grandi sono le possibilità di un naufragio , di cadere in acqua senza saper nuotare, di affogare nel disperato tentativo di voler vivere.Rappresentativa di questa situazione e di forte impatto è stata è stata l’immagine che ha fatto il giro del mondo di quel bambino di tre anni dalla maglietta rossa e pantaloncini blu sdraiato prono con la faccia immersa nella sabbia.Quella foto nella sua semplice atricità ci ha resi un pò più vicini a queste ingiustizie che capitano nel mondo e non molto lotano da noi.Anzi ,il problema ormai è anche nostro , è già alle porte del nostroPaese che bussa e chede asilo,ricovero,rifugiodignità e rispetto. Il primo dovere che abbiamo verese queste persone no è l’avere pietà ma provare ammirazionee fornire loro almeno quel calore umano e quell’abbraccio morale che sul piano economico non hanno alcun prezzo . Ma purtoppo nella maggior parte dei casi , il sentimento di compassione verso queste popolazioni migranti rimane tra le mura di casa e non viene messo in pratica, non siaziona e così l’immigrato che cerca di integrarsi nella società o che tenta di attraversare l’Italia pe raggiungere Paesi più fiorenti o che possano offrire maggiori possibilità, continua ad essere discriminato e denigrato. quindi non solo queste persone che durante il loro percorso sono stati trattati alla stregua di schiavi e di animali , hanno dovuto sopportare il dolore fisico , ma,una volta giunti alla meta,devono anche affrontare il dolore morale dato dall’umiliazione di non essere accettati con la costruzione di recinzioni e barriere .Crediamo veramente che erigere un nuovo muro come quellod i Berlino del 1961 possa servire a risolvere loa questione immigrazione? Crediamo davvero che dei semplici mattni possano arginare questo fenomeno in continuo sviluppo? Che questo possa essere un modo per farci chiudere gli occhi e voltare pagina continuando la nostra vita nell’indifferenza verso ciò che ci circonda? Io credo che questo muro sarebbe solo la rappresentazione visibile della chiusura della nostra società al mondo e all'”altro” ed alla condivisione conesso.La nostra società infatti che si spaccia come multiculturale, in realtà lo è solo in apparenza, solo superficialmente, come dimostra l’ipotesi di poter costruire questo confine.L’attuazione di questa proposta rimarcherebbe il fatto che non siamo in grado di imparare dalla storia nè di comprendere che non c’è alcun muro da costruire, ma solo uno da abbattre ed è quello ideologico che ci separa ancora dal diverso.
      Giorgia Lodi

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